30-11-2021

RE-THINKING URBAN PUBLIC SPACES

JAJA Architects,

Edifici Pubblici, Architettura e Cultura,

La città mai forse come in questo periodo è stata al centro di una tale unanimità di riflessioni e rivalutazioni, in parte provocate dal bisogno di trovare strategie adattive a fronte dei cambiamenti climatici e dei flussi migratori, in parte a seguito di una pandemia, che ha fatto vacillare certezze e messo in discussione abitudini di vita e di lavoro.



RE-THINKING URBAN PUBLIC SPACES
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La città mai forse come in questo periodo è stata al centro di una tale unanimità di riflessioni e rivalutazioni, in parte provocate dal bisogno di trovare strategie adattive a fronte dei cambiamenti climatici e dei flussi migratori, in parte a seguito di una pandemia, che ha fatto vacillare certezze e messo in discussione abitudini di vita e di lavoro. La città efficiente e razionale improntata dai rigidi principi del modernismo ha rivelato molte  disfunzionalità e trovare soluzioni nuove e più flessibili è una delle urgenze probabilmente maggiori che sta richiedendo quella ricerca proiettata verso una sostenibilità, intesa come capacità di adattarsi e reagire con meno vulnerabilità a situazioni impreviste. Il lungo isolamento a cui siamo stati costretti ha evidenziato carenze e soprattutto quanto sia mancata la possibilità di una dimensione collettiva ed inclusiva, necessità che sono state comprovate dal fatto che molte aree ‘non programmate’ sono divenute teatro di impreviste attività da parte di utenti inaspettati. Sono tanti gli spazi che hanno visto un’appropriazione quanto mai spontanea, aiutando nei limiti delle restrizioni ad appagare momenti di sfogo personali o ad organizzare piccoli estemporanei eventi conviviali.
 
Nella città contemporanea sempre più densificata un’architettura che sappia garantire nuove forme di tipologia che compendino e propongano una molteplicità di utilizzi presenta innegabili vantaggi, non solo alleviando l’eccessiva compattezza del tessuto urbano ma anche incentivando una maggiore porosità e permeabilità nei confronti della collettività. Oltre ad aiutare a contenere una progressiva ed eccessiva espansione e limitare quel famoso ‘consumo del suolo’ a detrimento per esempio di piccoli o grandi polmoni verdi, tanto vitali per la quotidianità dei residenti, molti di questi nuovi ibridi hanno il potenziale di trasformarsi in condensatori sociali, capaci di riservare spazio pubblico e soddisfare una quantità di esigenze, da quelle abitative e lavorative alle ricreative e culturali, senza considerare molto spesso bisogni imprevisti della città. Lo schema ibrido, con la sua miscela di usi diversi, tende a migliorare e rivitalizzare il contesto che lo circonda.
 
C'è un gruppo di architetti, tutti molto giovani, particolarmente interessato a creare spazi per la gente, ed altrettanto attento ed appassionato alla ricerca di interstizi, angoli urbani che amano approcciare, riuscendo a caricarli di una vitalità che non hanno mai posseduto. Kathrin Gimmel è una dei tre partner di questo studio danese, JAJA Architects, che ho avuto il piacere di ospitare durante uno dei miei più recenti podcast. Hanno saputo, nonostante l’età, mettersi in mostra e farsi apprezzare e questa notorietà è derivata da uno dei loro primi lavori in particolare, un’operazione di perfetto trasformismo che con un budget limitato hanno realizzato all’insegna della creatività e della giocosità. È con curiosità ottimista che approcciano i loro progetti ed esplorando potenzialità di un'architettura lontana da schemi e paradigmi prestabiliti ed obsoleti riescono a stupire con la freschezza delle loro dichiarazioni.

L’intervento menzionato, emblematicamente sintetizzato nel titolo 'Park n’ Play', è stato ampiamente pubblicato dalla stampa nazionale ed internazionale e ha ricevuto importanti riconoscimenti. Il tema in oggetto è un parcheggio multipiano, un box di cemento di 7 piani, alto 24 metri, assolutamente anonimo, realizzato nell’osservanza dei criteri tradizionali più banali ed economici del genere, un elemento che non presenta nessuna attinenza con il contesto in cui cresce, il vecchio porto di Copenhagen, Nordhavn (North Harbour), oggetto da anni di un rinnovamento che prende avvio dall’idea di abbracciare in una visione felice coesistenza urbana la nascita di quartieri moderni con la sopravvivenza delle aree più storiche. È nel tentativo di riscattare una posizione particolarmente privilegiata che sembra non meritare con vista sullo stretto di Øresund e nel bisogno di trovare un inserimento più congeniale tra la futura identità architettonica che sta improntando l’intera area e quella parte più antica che ancora sopravvive che il team patteggia la situazione, concependo due soluzioni, una visiva ed una fisica molto convincenti ed accattivanti. Il grande volume lascia la monotona freddezza del tono grigio cementizio e, in dialogo con le facciate in mattoni rossi dei vecchi edifici e dei magazzini portuali, ne adotta le tonalità calde. Una griglia dello stesso colore si sovrappone e lo avvolge, conferendo un effetto molto energizzante, prerogativa di un’aggiunta industriale estremamente disinvolta e tanto contemporanea. La strategia trova una felice mediazione che traduce una massa invasiva in presenza attraente e polo di allegra esuberanza.
  L’edificio gradualmente si ammanta di vita e un pattern formato dalla disposizione alternata di cassette piantumate interrompe discretamente l’intera facciata punteggiandola con ritmicità. Piante verdi rampicanti crescono lungo la rete creando un forte e vibrante contrasto cromatico e conferendo un’inaspettata organicità. Lunghe scalinate diagonali, segni zigzaganti scultorei, dal livello stradale s’inerpicano, aderendo alle pareti di due lati opposti, offrendo il corrimano come guida verso una sorprendente scoperta: l’estesa superficie del tetto resa accessibile ed adibita a spazio ricreativo. Il bordo di quel corrimano che accompagna i visitatori sembra prolungarsi e, come una sorta di fil rouge, dipanarsi, arrotolarsi, creare volute, cerchi concentrici e piramidi, identificando punti di esperienze diverse, di gioco, divertimento o esercizio o semplicemente di sosta, per riposare rimanendo ad ammirare il mare. È con un crescendo di tocchi tutti felicemente amalgamati che l’insieme del progetto esalta il pieno potenziale formale e sociale di una struttura che da poco interessante diviene a dir poco eccitante. Questo stimolante innesto, capace di comunicare a tutti il carattere ludico che lo contraddistingue, contagiando e trasmettendo un senso di leggerezza quasi infantile, accorpato ai pratici parcheggi, ribadisce come un edificio ibrido possa essere una soluzione architettonica vincente. L’intervento esemplare sarà un luogo di incontro sociale e parte attiva del suo ambiente locale, attirando una comunità molto variegata, residenti e visitatori, adulti e bambini ed aiutando nuovi modi di vivere insieme.
  Il nuovo capitolo che si sta aprendo nel quartiere di Århusgade non vuole dimenticare il suo passato e, salendo lungo le scale, si può osservare la storia del porto e dei suoi trascorsi industriali, artisticamente raccontata, in collaborazione con lo studio di progettazione grafica Rama, attraverso immagini di navi mercantili e personaggi famosi da un enorme fregio grafico ottenuto con tecnica di traforo lungo lastre di metallo rosso ruggine che ricoprono due pareti. Il desiderio di contribuire ad un ambiente costruito rendendolo sempre più duttile ed inclusivo, in grado di rispondere con adattabilità ad esigenze in continua evoluzione, spinge il giovane gruppo di architetti a trovare idee molto interessanti ed originali. Una recente competizione li ha visti giocare nuovamente un ruolo attivo con la proposta dello sviluppo di un altro quartiere del porto sud di Aarhus, ancora con un parcheggio, ma che questa volta promette di essere il primo parcheggio in legno della Danimarca. Il progetto sottolinea una prerogativa che si evidenzia ricorrente e che esalta la personalità dei loro lavori: “l'equilibrio tra il pratico e il poetico. Il intervento, nelle immediate vicinanze del centro cittadino, del porto e della stazione centrale, permette loro, convinti sostenitori dell’assoluta necessità di ridurre il mezzo di trasporto privato, di incoraggiare modalità di mobilità diverse, sostenibili e non inquinanti. L’edificio multifunzionale si propone infatti anche come polo verde della mobilità, presentando al piano terra strutture a supporto del trasporto green e del transport sharing, come stazioni di ricarica, noleggio cargo bike, fermate di carpooling e parcheggi dedicati ai veicoli del car sharing. Parte di un’oasi verde, con piccoli padiglioni, dedicati ad attività sociali e culturali, disseminati tra la vegetazione, indurrà facilmente a lasciare l'auto e continuare a piedi, in bicicletta o anche in scooter attraverso i percorsi del parco. Come sempre non considerato un semplice container per auto, comprenderà nei suoi 6 piani 2.000 metri quadrati di funzioni pubbliche come una palestra, una galleria e una caffetteria, distribuiti in punti diversi per iniettare vitalità ad una costruzione altrimenti senza vita. Il verde circostante si estenderà lungo la facciata ed i balconi di questa struttura in legno lamellare (CLT) contribuendo, grazie alla sua impronta minima e alla piantagione della nuova foresta urbana, ad assicurare un apporto sostenibile duraturo all’intera area.
  Un’altra caratteristica molto apprezzabile, che personalmente amo molto di questi ragazzi, è la capacità di infondere curiosità, stimolare meraviglia ed intensa voglia di scoperta, rendere uno spazio pubblico desiderabile, incoraggiando da parte degli utenti un’autentica appropriazione. I loro interventi cercano per così dire di rimanere incompiuti, aperti alle nuove storie che intesserà e racconterà chi ne usufruirà, aiutando queste sorte di piattaforme a crescere, evolversi ed anche modificarsi. Una struttura industriale semplice e grezza, tipica degli anni ’60, quando ancora produceva, ispira GAME Streetmekka Aalborg, un invito ad espandere, o meglio annullare, i confini tra il grande volume dell’edificio e la strada. È la cultura urbana locale con la street art, l’arte dei murales, a cui l’ex-fabbrica consegna la propria facciata come tela vivente, con i balli improvvisati, le molteplici attività spontanee e gli eventi imprevedibili, che attualmente anima il vecchio laboratorio di eternit che, senza rinunciare al proprio fascino industriale, abbandona il carattere introverso del passato, affidando la sua essenza alla comunità.
 


La generosa ampiezza dell’ambiente vuoto interno appare come un’enorme sala brulicante: ognuno contribuisce ad un’atmosfera d’irresistibile dinamismo. Gli arredi sia sportivi che per il tempo libero studiati con tanto buon gusto, utilizzando materiali improvvisati ed in gran parte riciclati, sono stati sapientemente ridotti all’essenziale e forse proprio per questo sanno mantenere un senso di informalità che fa sentire tutti in un ambiente familiare, dove chiunque trova un angolo che lo attira, avendo la possibilità di alimentare e fare crescere una parte del racconto. I nostri lavori intendono "non prendere solo spazio, dare anche spazio", così uno degli autori spiega come ordire quante più relazioni possibili tra ciò che c'è e ciò che sarà è il fine ultimo delle loro fatiche. Un ideale che sembrano riconoscere in una città accessibile a tutti, costruita per l'inclusione e la diversità, nutrita dall’attivo coinvolgimento della collettività. Le storie partono dagli edifici e ritornano arricchite di nuovi contributi, senza imporre nessun programma: sono le persone che di volta in volta definiscono un copione, attori di un teatro che li accoglie e desidera consegnare loro le linee guida dello stage.


Virginia Cucchi

Credits:

JAJA Architects: https://jaja.archi/
Park ’n’ Play, Nordhavn, Copenhagen, Denmark, JAJA Architects, Photo Rasmus Hjortshoj/Courtesy of JAJA Architects
GAME Streetmekka Aalborg, JAJA ArchitectsPhoto Rasmus Hjortshoj/Courtesy of JAJA Architects
First Wooden Parking House, JAJA Architects and Open Platform (OP), Rendering JAJA Architects and Open Platform (OP)

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