25-05-2021

GIOCHIAMO CON GLI SPECCHI 

Dream The Combine,

James Harnois, Ryan Muir, Andrew Latrielle, Clayton Hackwith,

Installations, Mirrors,

Il trucco ovviamente consiste nel rifiuto del limite sotto il vincolo della costante imposizione del limite” - Fred Moten



<strong>GIOCHIAMO CON GLI SPECCHI </strong>
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Lo specchio ha un potere davvero seducente che cattura a livello percettivo con l’effetto disorientante dell’ambiguità. In grado di riproporre la realtà circostante con pretese di veridicità, crea connessioni di continuità, riuscendo a coinvolgerci in questa presunta realtà. Ci troviamo senza volerlo immersi in un mondo che non ha corrispondenze con quello che avvalorava la maggior parte delle nostre convinzioni e credenze. E a poco a poco avvertiamo sgretolarsi certi paradigmi di cui non ci sentiamo più così sicuri, in accordo ai quali ci comportavamo e decidevamo. Ci troviamo abbastanza disarmati e confusi e percepiamo l’urgenza di riconsiderare ortodossie, che per anni hanno avvalorato certe nostre posizioni, facendoci agire non in modo libero come pensavamo. È arrivato il momento di rianalizzare un passato che non è stato forse vissuto, come ci illudevamo, all’insegna di un vero auto-determinismo, ma inficiato da pesanti condizionamenti, che neppure abbiamo avvertito.
 
È da tanto che sentiamo parlare di condizionamenti culturali, ma purtroppo sembra che ne siamo ancora schiavi: eppure è da metà del V secolo a.C. che Erodoto già ce ne parlava. Il ’padre della storia’, come è stato considerato, un uomo a mio parere di straordinaria attualità, ci ha impartito una lezione che avrebbe dovuto evitare parecchi comportamenti che ancora pregiudicano una presunta inclusiva apertura nei confronti della globalità. Sostenendo il valore del ‘relativismo’, rifiutò di riconoscere la tradizione greca come unica degna di considerazione. Affermando che a ciascun popolo appartiene una propria tradizione e cultura, dimostrò già moltissimi secoli fa che non si possa parlare di costumi migliori in assoluto perché ad ognuno appariranno sempre migliori quelli che ha adottato ed assimilato nell’ambiente in cui è cresciuto. E nelle sue ‘Storie’ ha riportato un aneddoto che esemplifica questo concetto in maniera esemplare:"Durante il suo regno, Dario convocò i Greci presenti al suo seguito e chiese loro in cambio di quali ricchezze avrebbero accettato di mangiare i padri morti: i Greci risposero che non lavrebbero fatto a nessun prezzo. Dario quindi, convocati gli Indiani chiamati Callati quelli che mangiano i genitori , alla presenza dei Greci che comprendevano quanto veniva detto attraverso un interprete, chiese loro in cambio di quali ricchezze avrebbero accettato di bruciare con il fuoco i padri morti. I Callati, gridando forte, esortarono Dario a non pronunciare parole empie”, Storie, III, 38, 3.
 

'Lure'. MadArt Studio, South Lake Union, Seattle. Dream The Combine. Foto di James Harnois/Cortesia di Dream The Combine.

Forse dovremmo più spesso, con una maggiore attenzione o almeno con un minore cieco asservimento a modelli paradigmatici precostituiti, osservare con oggettività le diverse prospettive che una realtà riflessa, decostruita ci propone, leggendo errori, esagerazioni ed esclusioni, per tentare di ricostruirla, modificando quello che emerge con stridore e che la nostra coscienza non condivide. È quello che una coppia di giovani sta facendo per l’architettura, lottando contro rigide formule che sviliscono una professione che dovrebbe essere al servizio di tutti, cercando autentici scambi relazionali, evitando gerarchie e penalizzazioni. Autori di diverse installazioni, si sono avvalsi spesso dello specchio, giocando sulle incertezze visive che questo efficace mezzo comunicativo provoca per mettere in dubbio una visione del mondo e della società inquinata da preconcetti. Utilizzando disposizioni ed inclinazioni delle superfici speculari attivano situazioni dialettiche che, rendendo possibili molteplici letture di un contesto, lasciano intravvedere cambiamenti e nuove possibilità.I progetti delineano ed implementano cammini che, deviando da quegli standard comportamentali e mentali, che sono stati assimilati inconsciamente o a causa di una certa passività, conducono verso una progressiva presa di coscienza di una propria volontà.

'Lure'. MadArt Studio, South Lake Union, Seattle. Dream The Combine. Foto di Claylon Hackwith/Cortesia di Dream The Combine.

I due, anche quando non ricorrono alla complicità dello specchio, trovano altre strategie in grado di stuzzicare la curiosità ed indurre all’esplorazione chi, sperimentando i loro lavori, ne diviene attivamente partecipe. L’intento rimane immutato ed è con risolutezza che si prodigano per fare approdare verso una vera e propria consapevolezza, eradicando l’inflessibilità di alcune posizioni, incrinando ed infrangendo false certezze. Il dialogo viene instaurato adescando il pubblico attraverso un richiamo che si rivela il più irresistibile possible, una specie di ‘canto delle sirene’. Come essi stessi ci avvertono “per ingaggiare con la complessità della narrativa, dell'immagine, dello spazio e dell'esperienza direttausano i linguaggi del cinema e della scenografia teatraleed è con un espediente, tanto plateale quanto catalizzante, che hanno dato vita a ‘Lure’. Il titolo dell’intervento ostenta e ribadisce l’ingrediente fondamentale che saprà innescare il contatto, portando successivamente a vivere l’esperienza, appositamente studiata per abbattere ciò che costituisce una divisione tra pubblico e privato. Una rete da costruzione per la raccolta detriti, usata normalmente per lavori di ristrutturazione, con la forza di richiamo di un vibrante blu acceso e con l’uso del colore a tutto schermo, il ‘chroma keying’, tecnica a cui si ricorre in post-produzione, per evidenziare il primo piano, avvolge la facciata di una galleria d’arte prospiciente la via principale a South Lake Union, Seattle. La rete, come se si trattasse di un cantiere in atto, segnala che in MadArt Studio stanno avvenendo cose e cattura l’attenzione dei passanti, normalmente indifferenti alle mostre che si svolgono, incoraggiandoli a seguire un tragitto predisposto che, contraddistinto dalla stessa brillante tonalità, si inoltra all’interno dell’edificio.
Un insieme di passerelle, avviluppate da un’identica maglia nell’intensa gradazione blu elettrica, corridoi zigzaganti, passaggi frammentati e sovrapposti serpeggiano, formando le labirintiche rotte di un gigantesco complesso in ferro che, sorretto da tiranti, appare sospeso nel vuoto. La struttura-scultura una sorta di tunnel blu geometrico dagli angoli acuti, definita come un "sistema circolatorio a ciclo continuo, disorienta, costringendo ad avanzare prestando attenzione ai propri passi. E paradossalmente la trappola, che  ha fatto sentire destabilizzati, sta offrendo un’occasione per concentrarsi su se stessi e prendere autonomamente le decisioni. Il circuito assume una forte valenza metaforica, si tratta, come rivelano gli autori, di “una sfida ai nostri modi automatici di muoverci nel mondo”.  

Jennifer Newsom e Tom Carruthers, ideatori di ‘Lure’, partner nel lavoro e nella vita, si presentano in un modo che suona molto originale, certamente lontano dai canoni convenzionali. È con una dichiarazione di apertura senza preclusioni a qualsiasi possibile forma di contaminazione e collaborazione che hanno deciso la denominazione del loro studio, ‘Dream the Combine’. L’espressione funge da nome e diviene una sorta di manifesto delle loro aspirazioni in un momento abbastanza cruciale della loro nuova vita assieme, quando, lasciando New York, fonderanno la loro pratica e si troveranno difronte a scelte importanti. Lanciano un messaggio che parla di un ideale di combinazione di entrambe le loro potenzialità e soprattutto di sogni, una nota che dovrebbe sempre caratterizzare il lavoro di qualsiasi architetto ed artista.

‘Hide & Seek’. YAP MoMA PS1, 2018, Long Island City, New York. Dream The Combine. Foto di Pablo Enriquez/Cortesia di Dream The Combine.

Il loro talento creativo è stato sottolineato da una vittoria decisamente significativa per giovani, che si accingono ad intraprendere una propria carriera, quando una delle loro installazioni sperimentali site-specific, su larga scala, concepita come sintesi di arte, architettura e tematiche culturali, si è aggiudicata l’edizione 2018 di Young Architects Program MoMA PS1. ‘Hide & Seek’, la struttura vincente, si propone, snodandosi nel cortile del Museum of Modern Art con i toni spensierati di un gioco da bambini, come presenza estremamente interattiva per le serate estive con concerti ed eventi dell'annuale Warm Up Summer Music Series. Nove elementi, sorretti da un profilo in ferro, in una sequenza senza interruzione di continuità configurano percorsi, suggerendo via via spunti di intrattenimento e di pausa, occasioni per camminare, sedersi, raggrupparsi o isolarsi. Piattaforme e passerelle corrono su livelli diversi, si susseguono congiungendo momenti d’incontro e si alternano con un’ampia rete di metallo che funge da amaca, su cui saltare o sdraiarsi ad osservare le stelle. L’impianto  si presenta apparentemente con l’eleganza formale di un apparato scultoreo la cui statica rigidità è contraddetta dalla dinamica fluidità che comportano le situazioni proposte, improntate alla spontaneità della casualità. L’idea di vivere una condizione di mutevolezza non preordinata ma accidentale è enfatizzata da enormi specchi sospesi rivolti verso l'interno che, lasciati liberi di rispondere oscillando al vento e ai tocchi dei visitatori, rinnovano continuamente le scene riflesse. La loro dislocazione è stata strategicamente studiata allo scopo di espandere l’illusione dello spazio oltre i limiti murali del museo, raggiungendo le strade circostanti e consentendo collegamenti inaspettati, che vedranno specularmente riprodotto il quartiere limitrofo animato dalla più diversificata collettività, senza discriminazioni o esclusioni di sorta.

Questa manipolazione, in grado di ampliare i confini fisici, abbattendo le barriere tra pubblico e privato, risponde all’aspirazione di attivare il contesto urbano, includendo un’area più estesa e variegata ed un pubblico altrettanto eterogeneo con la generosità che dovrebbe essere propria del gesto architettonico. L’intervento risulta una proposta provocatoria da considerarsi rivolta non solo nel caso specifico a Long Island City ma più in generale alla città americana e alla città del mondo. Il MoMA e la sua corte protetta da mura diviene l’occasione per dimostrare la necessità di un cambiamento ed una partecipazione all’arte senza frontiere. La scritta ”You are here”, collocata in uno dei punti più alti e visibili ed indirizzata a chi non entrerà ma è messo in condizione di poter in un certo senso condividere l’evento, compendia il bisogno di trasgredire e rompere convenzioni e rigidità che sono causa di esclusione. Il messaggio evoca “Art Is…, performance che Lorraine O’Grady, un’artista che tutti dovrebbero conoscere, realizzò per rispondere all’affermazione di un amico convinto che l'arte d'avanguardia non avesse nulla a che fare con la gente di colore. Un carro da parata con 15 performer afroamericani e latini, vestiti tutti di bianco fu predisposto nel 1983 per l’annuale African American Day Parade ad Harlem. Assecondando l’atmosfera generale estremamente giocosa, i ballerini camminavano e danzavano tra la folla con cornici dorate vuote e tra le urla “incorniciami, rendimi arte”, incoraggiavano gli spettatori, per lo più di razza afro-americana, a farsi fotografare entro ii telaio, come soggetti degni di una documentazione artistica. Gli scatti sono stati raccolti dando vita successivamente all’omonima esposizione “Art Is…
 
O’Grady, introducendo con successo arte d'avanguardia nella più grande ed affollata manifestazione di colore che si potesse immaginare, non solo aveva dimostrato all’amico che si sbagliava ma aveva saputo volgere i riflettori su una grave omissione, questioni di esclusione e sottorappresentazione razziale. L’attenzione dalla parata venne focalizzata sugli spettatori che diventarono i veri protagonisti: “l'inquadratura, nell'opera, diventa così metodo, contenuto e metafora.  ‘Essere incorniciato’ significa idiomaticamente essere percepito come soggetto artistico, anche senza volerlo, così come una superficie riflettente può divenire metafora di apertura, di una soglia, un ‘passaggio’ che dà accesso ad un mondo non sempre di tutti.
  ‘Hide & Seek’. YAP MoMA PS1, 2018, Long Island City, New York. Dream The Combine. Foto di Brandon Polance/Cortesia di Dream The Combine.

In ‘Hide & Seek’ lo specchio si presta per un’altra circostanza esperienziale, uno stimolo che induce ad esprimersi attraverso la gestualità del corpo. Le superfici riflettenti si integrano come elementi di completamento scenico, di aiuto all’improvvisazione e a spettacoli inaspettati. I movimenti, le posture nascono da una sorta di contatto responsivo che si crea con il contesto del momento, così come quelle manifestazioni che la cornice dorata di O’Grady ha saputo instaurare con la strada. La folla diventa la protagonista e alla sua creatività artistica è affidata la regia della performance.
 
Gli specchi entrano spesso anche in ambiti abbandonati originando installazioni che intrigano con la forza magnetica degli enigmi spaziali che suggeriscono, dando vita a scenografie che incantano, riuscendo a sintetizzare un dualismo inseparabile e razionalmente inspiegabile. Mondi paralleli tra cui corre una linea sottilissima, praticamente ineffabile, un pò come quella che separa mondo visibile ed intellegibile, che Platone cerca di spiegare attraverso una nota allegoria. Nel mito della caverna l’uomo vede ombre e crede che siano una reale presenza. Un gruppo di prigionieri è stato incatenato, fin dalla nascita, per tutta la vita, con lo sguardo rivolto al muro bianco di una grotta e quanto passa davanti ad un fuoco dietro le loro spalle, trasportato al di là di un muretto basso lungo la strada, proiettandosi sul muro, a loro appare realtà, anche se non si tratta di altro che forme di vari oggetti, animali, piante e uomini. Se uno di loro fosse liberato e costretto a guardare nella direzione opposta, verso l’apertura della caverna, Platone ipotizza che innanzitutto rimarrebbe abbagliato dalla luce del sole e poi, anche se gli fossero mostrati quegli oggetti senza vita, rimarrebbe comunque dubbioso e probabilmente preferirebbe sentirsi rassicurato, continuando a credere nelle ombre. Avrebbe bisogno di tempo ed una volta capita la situazione vorrebbe sicuramente liberare e rendere partecipi i suoi compagni, ma sarebbe un tentativo davvero molto problematico, perché non è facile accettare una nuova condizione che fa sentire a disagio e che sovverte credenze che si sono ritenute incontrovertibili verità.

Anche se l‘epoca è molto lontana, il tema del relativismo culturale affiora nuovamente con la forza della problematica attuale, con toni denigratori per chi usa ombre per mascherare la realtà e chi non vuole spesso vedere oltre ombre che rassicurano. Nel nostro secolo il mito della caverna si potrebbe interpretare come metafora dell’ingerenza ed influenza dei mass media, di chi detiene un potere economico e politico sull'opinione pubblica e ha interesse ad adombrare la verità assuefacendo spesso le notizie ad un proprio vantaggio. Artisti appartenenti ai più disparati settori, dal cinema alla letteratura e alle arti visive e performative, hanno offerto in molte occasioni un contributo per aiutare l’uomo nel faticoso avanzamento verso una presa di consapevolezza ed un’autonomia decisionale.
 
Anche Jennifer e Tom si impegnano con appassionato coinvolgimento in questo sforzo per liberare da forme di passività che annebbiano quel senso di responsabilità che ognuno di noi dovrebbe dimostrare, trovando possibili forme di rieducazione, che della sperimentazione e del dilemma fanno i loro espedienti più efficaci. È appunto da momenti di crisi, di forte perplessità che spesso sconfinano nella confusione, che per lo più maturano risposte non dettate da credenze e pratiche comuni ma da esigenze etiche e morali sinceramente ed obiettivamente valutate.

‘Longing’. Twin Cities, Minnieapolis. Dream The Combine. Foto di Clayton Hackwith/Cortesia di Dream The Combine.

C’e un’altra installazione che, oltre ad un contributo alla stessa causa, ci pone difronte ad un tema di vitale rilevanza ed interesse. ‘Longing’, "un'espressione emotiva ed un gioco verbale sull'allungamento", nelle parole dei suoi due creatori, si ricollega ad una storia molto curiosa ed importante dal punto di vista del riciclo architettonico. Una società di design di Twin Cities aveva alcuni anni fa promesso una somma di denaro per il trasporto, e successivo riutilizzo di una sezione lunga 84 piedi, parte del sistema di infrastruttura pedonale di collegamento fra due edifici nel centro di Minneapolis. Jennifer e Tom decisero di conferire nuova vita al segmento. Due specchi mobili a sospensione cardanica di uguale dimensione furono collocati internamente, rivolti uno di fronte all’altro, alle due estremità del frammento di skyway. Facendo pressione su un contrappeso nel retro dei pannelli, chiunque era in grado di apportare modifiche alla struttura interna, provocando distorsioni e deformazioni bizzarre ed impatti imprevedibili, iniettando attività motoria ad un comparto di ferro ormai condannato, che aveva rappresentato un momento di connessione di intenso transito e movimento. La contrapposizione delle due superfici specchianti creava un effetto di straordinaria profondità in direzioni diverse, inghiottendo letteralmente in questa magia visiva.

Si presentava come una soglia surreale, un invito ad un viaggio verso l’infinito. E la storia di rinascita non si esaurisce con questo stimolante intervento, subentrerà un’inaspettata richiesta da parte di una fotografa che, a chiusura della mostra allestita in occasione dell’installazione, innamoratasi delle 140 tonnellate di ferro, chiederà di poter sistemare quel lungo parallelepipedo sulle rive del lago Superior, a tre ore di macchina dalla città, come casa minimale ma anche tanto speciale per la sua giovane famiglia. CityDeskStudio, che aveva originariamente acquistato il pezzo e lanciato la proposta di salvarlo, non accettando l’ingiusta fine della demolizione, condivide con Jennifer e Tom il merito della gestione intelligente di questa rinascita. Questo esempio dovrebbe innescare meccanismi di cambiamento nel modo di considerare certi residui architettonici, evitando di relegarli come monoliti fissi nella permanenza immutabile di una funzionalità univoca. E mi auguro che anche le incertezze percettive che Jennifer e Tom sanno stimolare con allestimenti tanto audaci quanto anticonvenzionali scuotano quella tendenza, abbastanza diffusa, che contamina ed appiattisce quell'originalità che paradossalmente tutti vorrebbero avere, in quest’epoca che del mainstream fa purtroppo la corrente dominante.


Virginia Cucchi

Credits: 

Dream the Combine : http://www.dreamthecombine.com/

Cover: ‘Hide & Seek’. YAP MoMA PS1, 2018, Long Island City, New York. Dream The Combine. Photo by Pablo Enriquez/Courtesy of Dream The Combine.
01-02: 'Lure'. MadArt Studio, South Lake Union, Seattle. Dream The Combine. Photo by James Harnois/Courtesy of Dream The Combine.
03-04: 'Lure'. MadArt Studio, South Lake Union, Seattle. Dream The Combine. Photo by Claylon Hackwith/Courtesy of Dream The Combine.
05-06:‘Hide & Seek’. YAP MoMA PS1, 2018, Long Island City, New York. Dream The Combine. Photo by Pablo Enriquez /Courtesy of Dream The Combine.
07:‘Hide & Seek’. YAP MoMA PS1, 2018, Long Island City, New York. Dream The Combine. Photo by Brandon Polance/Courtesy of Dream The Combine.
08: ‘Hide & Seek’. YAP MoMA PS1, 2018, Long Island City, New York. Dream The Combine. Photo by Ryan Muir/Courtesy of Dream The Combine.
09: 'Longing’. Twin Cities, Minnieapolis. Dream The Combine. Photo by Clayton Hackwith/Courtesy of Dream The Combine.
10: 'Longing’. Twin Cities, Minnieapolis. Dream The Combine. Photo by Andrew Latrielle/Courtesy of Dream The Combine.
11: 'Clearing'. Dream The Combine. Photo by Claylon Hackwith/Courtesy of Dream The Combine.

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