Cabel Building
  Tipologia progetto  
La facciata di un edificio rappresenta in architettura uno straordinario mezzo di comunicazione, capace, più di ogni altro mirabolante dettaglio, di imprimersi nella memoria del passante ed esprimere (o talvolta negare) l'essenza di un progetto. Ciò trova conferma anche nei casi di ristrutturazione e nei progetti di recupero, in cui le possibilità di atteggiamento progettuale spaziano dall'abbattimento quasi totale dell'esistente a favore della salvaguardia della sola facciata e della sua immagine - è il caso frequente di interventi di ristrutturazione funzionale nei centri storici - all'edificazione di facciate completamente nuove per vecchi edifici, una sorta di lifting urbano reso necessario per esprimere il rinnovato "carattere" di un edificio che modifica la propria identità.
Questa seconda possibilità trova applicazione nel progetto che Massimo Mariani, architetto non nuovo all'architettura di committenza bancaria, ha curato per la Holding Cabel. Si tratta della ristrutturazione di una fabbrica di abbigliamento della fine degli anni Sessanta da trasformare in sede per uffici.
La pianta ed i volumi piuttosto disorganizzati della ex-fabbrica vengono nascosti visivamente dalla grande superficie inclinata, scura e riflettente della facciata: un sottile e resistente velo in lastre di grès porcellanato GranitiFiandre di formato 40x40, con giunti chiusi, sottili e appena visibili, e sistema di ancoraggio a scomparsa, diventa la "pelle" nuova e levigatissima di un edificio all'apparenza mai esistito prima, dall'aspetto omogeneo e forte, che, almeno per l'esterno, non rinuncia all'immagine tradizionalmente monolitica della banca.
Sicurezza e solidità che, nell'incombenza della facciata sporta su chi entra, trasmettono un vago senso di forza e impenetrabilità.
L'accesso agli uffici è regolato da una porta di ingresso virtualmente resa più ampia e invitante dalle pareti morbidamente smussate, sovrastate dalla grande finestra che, con le sue dimensioni, mitiga l'accentuata orizzontalità dell'edificio, mostrando all'esterno il lucernario piramidale e forato che illumina, con un'ombra rosa, la hall del piano terreno.
Il volume vuoto e coloratissimo del lucernario è il fulcro del progetto: sfonda i solai ad ogni piano e sbuca sul tetto organizzando le funzioni intorno alla sua presenza totemica: ricevimento, uffici, mensa, sale di attesa e di riunione, fino alla grande terrazza dell'ultimo piano.
L'ispirazione per quello che appare a tutti gli effetti una scatola magica scaturisce dai collages di immagini da riviste di abbigliamento che Mariani ha composto durante una malinconica vacanza in montagna: la torre rossa da cui fuggire gioiosamente attraverso finestre. Queste, quadrate in un primo collage, diventano, in un secondo, fori tondeggiant: le "macchie" di luce del lucernario costruito.
Il richiamo al mondo della moda e dell'immagine, è fortemente presente nel progetto e deriva, al di là del carattere autobiografico dell'autore, dalla memoria della vecchia funzione della fabbrica di vestiti: gli interni dell'edificio, violentemente colorati, sono stati tutti progettati dall'architetto che ha voluto - qui sì - sdrammatizzare l'immagine cupa legata alla tipologia della banca e offrire a chi entra un ambiente di ispirazione fantastica. Mariani stesso racconta di aver voluto sorprendere, come spesso nelle sue architetture, chi entra, chi esce, chi transita davanti all'edificio, nel tentativo di "non fare mai ciò che ci si aspetta". Ne deriva un'architettura di forte impatto, espressiva e comunicativa: da un lato interpretabile come un'architettura pubblicitaria, legata alla riconoscibilità dell'immagine della committenza; dall'altro lato un'architettura "di carattere", un oggetto unico e simbolico posato nell'anonimo contesto residenziale che lo circonda.
La caratteristica oggettuale dell'edificio si rafforza di notte, quando la facciata monolitica e compatta scompare e si illuminano gli spazi interni mostrandosi come un vestito da sera di un'architettura prêt-à-porter, cucita con cura su di una seta nera.
Raffaella Lecchi






