14-06-2017

Foto&Food: Giorgio Cravero (parte III)

Torino,

Dress your kitchen

I più bei servizi fotografici di ambito enogastronomico realizzati dal fotografo di Torino, da “Cocktail Serial” (2015) a “Beautyfood” (2016): dai drink nelle principali serie televisive all’intrigante rapporto cosmetici-cibo



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Foto&Food: Giorgio Cravero (parte III) Prosegue la nostra piacevole (e istruttiva!) intervista con il noto fotografo torinese Giorgio Cravero, titolare dello Studio Blu 2.0.
Qual è, Giorgio, tra i tuoi servizi fotografici, quello che meglio ti rappresenta?
«Il lavoro che mi piace di più è quello che farò domani. Sono sempre proiettato in avanti… Trovo interessante “Cocktail Serial” (2015), un omaggio alle principali serie televisive (“True Detective”, “Mad Men”, “Hannibal”…) che ho ideato insieme all’art director Alessandro Demicheli. La tecnica è mostruosamente complessa, perché la parte posteriore della scena è un frame della serie, mentre la parte anteriore nasce da un’attenta ricerca degli oggetti originali o più simili presenti in quella serie, e le luci sono proprio quelle utilizzate nella serie stessa. Mi rappresenta molto anche il progetto “Beautyfood” (2016) sul rapporto cosmetici-cibo: in fondo la seduzione è spesso legata a un invito a cena… Di recente ho realizzato, per un cliente, anche un nuovo progetto in cui ho accostato i cosmetici alla pasticceria. “Colors” (2015) è un progetto nato da una conversazione con un contadino al mercato: si lamentava che la gente vuole la frutta e la verdura bella e non buona... Da lì ho creato questi scatti con la frutta e la verdura che perdono il colore. Ha ottenuto un grande successo mediatico, in particolare la foto del casco di banane, del tutto inaspettato dal mio punto di vista, ma che mi ha fatto estremamente piacere».
Qual è la maggior difficoltà che incontri, nel fotografare un soggetto come il cibo?
«La vita breve che il cibo ha sul set. Esistono poi differenze tra l’immaginario collettivo e il cibo vero, che rendono impegnativo questo tipo di fotografia… Il cibo fotografato deve essere fatto apposta per essere fotografato… Io utilizzo una parte ridotta di food styling, grazie a tecnica ed esperienza. Nei casi, invece, in cui la fotografia è documentale, vado nella cucina dello chef e fotografo lo stesso piatto che viene servito a tavola, senza mock-up e solo con qualche microscopica modifica (per esempio, i segni della griglia sulla carne sono fatti ad hoc per l’immagine, con un ferro caldo, non sono quelli reali)».
Su quali aspetti ti piace sperimentare nella fotografia di food?
«Mi piace fare tutto da solo, partendo dall’idea di una foto e dall’esigenza di ragionare sulla composizione del piatto, fino alla ricerca nei mercatini dell’usato o nelle cantine della nonna dei vari oggetti che entrano nel set, che è una fase davvero divertente. Sono molto facile alla noia: più quello che faccio è nuovo più mi appassiona, per cui cerco sempre di trovare la novità e di divertirmi».
Come food photographer, che qualità pensi di possedere?
«La ricerca del tipo di luce da utilizzare, che penso di fare in modo assolutamente conscio, ogni volta in cui approccio una fotografia. E il senso compositivo, ossia cercare di mettere in relazione tra loro i vari soggetti della fotografia in modo da guidare lo sguardo del fruitore, che penso sia un talento nel mio caso, perché mi viene del tutto naturale e non so spiegarlo razionalmente».
(continua)

Mariagrazia Villa

Fotografie: Giorgio Cravero

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