12-06-2017

Foto&Food: Giorgio Cravero (parte II)

Dress your kitchen

L’autore torinese ci spiega i legami che vede tra fotografia e cucina: entrambe rigorose e gerarchiche in senso funzionale, hanno una preparazione spesso sconosciuta ai fruitori e invitano a compiere un’affascinante viaggio



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Foto&Food: Giorgio Cravero (parte II) In questa seconda parte della nostra conversazione con il noto fotografo Giorgio Cravero, entriamo nello specifico della food photography.
In questa branca dello still-life, si può dire che l’autore segua tutte le quattordici categorie in cui la pubblicitaria Annamaria Testa ha raccolto 333 aforismi sulla creatività: rompe le regole, valorizza il cambiamento, è competente, gestisce le emozioni, è insoddisfatto, sa riconoscere un’intuizione, è semplice, sviluppa sense of humor, è curioso, è tenace, sviluppa il talento, coltiva una visione, è privo di pregiudizi, impara dagli errori.
Ti piace, Giorgio, la fotografia enogastronomica?
«Sì, perché è molto complicata: il tempo di vita del cibo sul set è minimo, per cui la finestra di tempo utile per fotografare è ristretta… E comporta una pazienza certosina: ho arrotolato spaghetti attorno a una forchetta con pinzette da sopracciglia… Però, la fotografia enogastronomica è molto gradevole, perché permette di collegare più sensi insieme: una componente visiva cui si connettono anche l’esperienza e il ricordo di profumi e sapori che sia fotografo che fruitore possiedono».
La cucina è simile alla fotografia?
«Sì, perché è rigorosa, con una definizione dei ruoli molto solida e chiara e una scala gerarchica netta, in senso funzionale. Quando ho letto “Kitchen Confidential” di Anthony Bourdain, ho capito cosa fosse una brigata di cucina. Poi la cucina, come la fotografia, ti porta a fare un viaggio. E per me, che sono estremamente curioso, è davvero affascinante! Inoltre, dietro un piatto, così come dietro uno scatto fotografico, c’è un lavoro di realizzazione che spesso la gente non conosce».
Ti piace cucinare?
«Sì, mi rilassa, ma sul set ho tante cose da considerare che lo lascerei volentieri fare a qualcun altro… Mi piace la cucina tradizionale, ma preferisco i piatti più di ricerca, per quanto semplici. Mi affascina molto Massimo Bottura: rispetta la tradizione del territorio, pur essendo rivoluzionario. A casa amo cucinare, ma non lo faccio spesso. È una discussione continua con la mia compagna, perché tiro fuori tanti strumenti, senza riordinare: ragiono come fossi sul set fotografico!»
La food photography cosa dovrebbe trasmettere alle persone, secondo te?
«Normalmente, l’obiettivo di un’immagine di food è di essere così invitante da farti venire voglia di mangiare quel cibo. In passato si lavorava quasi solo con i mock-up, e tutto doveva essere leccatino e perfetto, ora c’è un’accettazione dell’imperfezione per dare un’idea di maggior realismo e naturalezza. In linea di massima, c’è meno post-produzione e un po’ meno chimica nel realizzare il cibo da fotografare, che tende a essere più simile a quelli che potrebbero essere serviti in tavola. Personalmente, cerco di lavorare il più possibile in camera, che non in post-produzione».
(continua)

Mariagrazia Villa

Fotografie: Giorgio Cravero

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