12-04-2017

Food&Kitchen: risponde lo scrittore e musicista Antonio Bocchi (parte II)

Dress your kitchen

Continua la chiacchierata con l’autore di “Blues in nero”. Scopriamo che ama lo scalogno e l’olio d’oliva, che in uno chef apprezza creatività e innovazione e che considera il cibo una forma d’arte, come letteratura, musica e pittura



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Food&Kitchen: risponde lo scrittore e musicista Antonio Bocchi (parte II) Eccoci ancora con Antonio Bocchi: medico, ma anche musicista e scrittore. All’attivo, ha quattro dischi di rock elettronico con la sua band e due romanzi gialli, pubblicati per Salani e per Delos Books.
Cos’è per lei, Antonio, il top in cucina?
«Generare stupore e commozione, allietare lo spirito, prima ancora del corpo. Creare uno spettacolo, anche se statico, in cui la stoviglia entra in rapporto dinamico col cibo per metterlo in evidenza, impreziosirlo. La fondina coi cappelletti o una cupola amorfa di pasta col sugo, in un piatto anonimo, anche se di qualità superlativa, non può più essere sufficiente a generare un evento gastronomico unico ed emozionante».
Quale ingrediente non può mai mancare?
«Lo scalogno, per la sua delicatezza e digeribilità, che consentono di evitare la brutalità della cipolla nel preparare i fondi. E l’olio d’oliva, naturalmente».
Qual è l’oggetto più divertente che ha in cucina?
«Il Bimbi, paradossalmente inventato in Germania, nazione che ancora non riesce a risollevarsi da un livello di cucina media di pura sopravvivenza. Ideale per cuocere i risotti, grazie alla capacità di mantecare con ritmo costante e ottenere un incredibile prodotto cremoso, senza aggiungere nemmeno un grammo di panna. Il nome, che rimanda alla preparazione di pappe immonde per infanti, la dice tutta sul quoziente creativo-gastronomico dei tedeschi…».
L’ultima volta in cui ha mangiato bene?
«Tutte le volte che ho cenato in casa, con amici. Mi alterno in cucina con mia moglie, che mi ha quasi del tutto sostituito, dopo aver assorbito la filosofia gastronomica che per lunghi anni ha dominato le mie preparazioni. Ora l’allieva sta superando il maestro, ed è una gioia meravigliosa, per me. Tramandare la conoscenza è ancora più stimolante che l’ossessiva detenzione delle proprie intuizioni».
Qual è la ricetta che le viene meglio?
«Ultimamente preferisco piatti di pesce: risotto alla feta con capesante, zuppetta di pesce con crema di patate e zenzero, vecchia di polipo».
Quali qualità apprezza in un cuoco?
«La creatività e la novità. La cucina tradizionale è come la musica classica, la ripetizione inesauribile di creazioni inventate da altri che si tramandano, senza più un briciolo di originalità, puntando unicamente alla perfezione del prodotto. Preferisco un piatto imperfetto, ma coraggioso, che un piatto già mangiato migliaia di volte, anche se esemplare».
Che significato ha per lei il cibo?
«Il cibo è una forma d’arte e, come tale, serve a nutrire l’anima prima ancora che il corpo. Anche chi si abbuffa da McDonald's o si ingozza senza capire, in realtà introietta una forma d’arte, primitiva e quasi tribale, ma pur sempre una creazione che ha richiesto una progettazione e una esecuzione del tutto simile alla produzione letteraria, musicale o pittorica. L’hamburger è una pura icona pop e il successo che riscuote in ogni angolo del mondo è paragonabile alla popolarità di certi gruppi da classifica. L’energia che proviene dal cibo, non è solo un coacervo di amminoacidi, zuccheri o grassi, ma è qualcosa di più complesso, che può generare gioia o malinconia, esaltazione o tristezza, euforia o costernazione. Ben triste è la vita di chi non viene influenzato dagli umori del cibo. È come se rinunciasse a vivere, come avviene ai pazienti in coma che vengono tenuti in vita da sacche sterili, contenenti principi nutritivi inossidabili…».

Mariagrazia Villa

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